
06 Giu CASO CLINICO: Monitoraggio in corso di terapia – Risultati e commento al sondaggio
Grazie a tutti i Colleghi per la partecipazione al sondaggio.
Le risposte fornite offrono uno spaccato interessante delle abitudini cliniche nel monitoraggio della LLC in trattamento con inibitori di BTK o con combinazioni innovative.
Nel primo scenario, riguardante un paziente in terapia con Ibrutinib da due anni, in risposta completa e con buona tollerabilità, la maggior parte dei partecipanti (circa il 60%) opta per visite ambulatoriali ogni tre mesi. Una scelta sensata in un contesto di stabilità clinica e prescrittiva. È interessante, però, notare come una quota non trascurabile (quasi il 20%) mantenga controlli mensili o bimestrali, una tendenza comprensibile nella fase iniziale, ma che forse perde giustificazione nel medio-lungo termine.
Il secondo scenario propone un paziente in trattamento con Acalabrutinib, ben tollerato, da otto mesi. Qui, solo la maggioranza relativa opta per controlli ogni tre mesi (46%), ma un terzo dei partecipanti lo prescriverebbe con tempi più ristretti (uno o due mesi). Un dato forse inatteso e di difficile interpretazione, considerando il miglior profilo di tollerabilità cardiovascolare di Acalabrutinib. Questo sottolinea una mancanza di linee guida condivise e basate sull’evidenza clinica che lascia un’ampia soggettività nella gestione dei pazienti.
Il quesito sull’ECG in corso di Ibrutinib mostra una distribuzione eterogenea, anche se la maggioranza relativa (40%) dichiara di eseguirlo solo sulla base della clinica, come anche nel caso di Acalabrutinib (43%). È un approccio razionale, ma, vista la tossicità cardiovascolare dei farmaci in uso e la possibile asintomaticità della fibrillazione atriale, il panel suggerisce anche un controllo ECG periodico, modulato in base al profilo cardiovascolare del paziente e, quando opportuno, integrato da valutazione cardiologica.
Nel terzo scenario, con paziente in terapia combinata Ibrutinib + Venetoclax già dopo solo un mese di terapia il 45% rivedrebbe la paziente dopo un mese, anche se circa il 50% preferisce controllarla in tempi più ristretti (due settimane o addirittura dopo una sola settimana nel 15%). In questo contesto, un monitoraggio ravvicinato può essere comprensibile, vista la fase precoce e le possibili tossicità. Tuttavia, in assenza di eventi avversi e con una risposta iniziale soddisfacente, una cadenza mensile può risultare adeguata. Quando lo stesso scenario viene proposto al C7D1, momento in cui il paziente sta eseguendo sia Ibrutinib sia Venetoclax, con tossicità lievi (neutropenia G2 ed epistassi G1), quasi l’80% dei colleghi mantiene un follow-up mensile o quindicinale. Un’impostazione cauta e condivisibile.
Nel quarto scenario, con schema R-Venetoclax, le risposte sono in linea con la tempistica della terapia: il 62% rivede il paziente direttamente alla seconda infusione mensile, mentre solo un terzo preferisce avere controlli più ravvicinati. Si tratta di un dato che riflette una fiducia crescente nella gestione ambulatoriale di questi trattamenti.
Infine, al C8D1, in presenza di buon andamento terapeutico e tossicità risolte, il 66% continua con visite mensili, anche se, una volta conclusa la fase intensiva e sospese le infusioni di Rituximab, questa frequenza potrebbe non essere necessaria. Il 22% si orienta
verso controlli trimestrali, indicando una maggior rilassatezza, attesa in questa fase del trattamento.
In conclusione, le risposte mostrano nella maggior parte dei casi un approccio equilibrato, con una certa tendenza alla prudenza anche in assenza di eventi clinici rilevanti e nonostante si sia acquisita esperienza nella gestione di questi farmaci. Permane una certa variabilità, soprattutto sull’uso dell’ECG e sulla frequenza dei controlli nelle fasi più consolidate, che lasciano margine ad una maggiore razionalizzazione e standardizzazione. Grazie del vostro prezioso contributo e alla prossima occasione!








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