
20 Lug CASO CLINICO: Il trattamento di prima linea oltre il profilo biologico – Risultati e commento al sondaggio
Grazie di aver risposto numerosi al sondaggio sul ruolo delle caratteristiche cliniche individuali nella scelta del trattamento di prima linea!
Il primo scenario riguardava un paziente di 86 anni, TP53 WT, IGHV non mutato, con un importante carico di comorbidità (IRC stadio IIIb, scompenso cardiaco NYHA II, FA parossistica in terapia anticoagulante orale, diabete mellito, decadimento cognitivo, BPCO), non autonomo, ma con caregivers attivamente coinvolti nel percorso di cura.
Tre partecipanti su quattro in questo contesto hanno preferito una terapia continuativa con un cBTKi di seconda generazione, con una prevalenza di acalabrutinib (44%) su zanubrutinib (31%).
È verosimile che, nonostante la presenza di comorbidità cardiovascolari rilevanti, la facilità d’uso dei cBTKi e la concomitante insufficienza renale abbiano fatto propendere per i cBTKi rispetto a una gestione ospedaliera di terapie a durata fissa venetoclax-based, scelte da una percentuale minoritaria poco superiore al 10%. Tuttavia, vista la fragilità del paziente e il profilo di tossicità dei cBTKi, sarà necessario uno stretto monitoraggio di potenziali effetti collaterali, soprattutto a lungo termine. Scoraggiati da tale fragilità, il 13% dei partecipanti ha scelto di non iniziare alcun trattamento ed avviare il paziente esclusivamente a best supportive care. Tale scelta, vista l’attuale disponibilità di farmaci con un ottimo profilo di efficacia e sicurezza, andrebbe condivisa con il paziente ed i familiari.
Nel secondo scenario, una paziente di 63 anni, TP53 WT, IGHV non mutato, affetta da una patologia psichiatrica in trattamento attivo, senza caregiver, e con pregressi tentativi anticonservativi, le opzioni sono state orientate in maniera differente.
Al netto di un 8% che non la ritiene suscettibile di alcun trattamento, scelta molto poco condivisibile in una paziente giovane con la sola comorbidità psichiatrica, i partecipanti si sono divisi quasi equamente fra una terapia continuativa con cBTKi di seconda generazione (43%) e una fixed-duration venetoclax-based (48%); fra queste ultime, due terzi prediligono la combinazione di venetoclax e cBTKi, mentre un terzo l’associazione con obinutuzumab.
La scelta di un cBTKi, condivisa dal 43%, sicuramente è più semplice dal punto di vista logistico, anche considerata l’assenza di un caregiver, ed eviterebbe la possibilità di TLS in caso di sovradosaggio accidentale o volontario. Allo stesso tempo, la scelta del 48% di optare per una terapia a durata fissa sembra ragionevole visti i precedenti della paziente, poiché permetterebbe sia una maggiore sorveglianza dell’aderenza terapeutica, riducendo il rischio di scarsa compliance, sia di programmare la sospensione del trattamento stesso con una potenziale prospettiva di remissione, riducendo così il tempo di esposizione ai farmaci e l’impatto psicologico della terapia. Resta fondamentale, in ogni caso, valutare le potenziali interazioni farmacologiche con i trattamenti in atto.
In conclusione, vista l’efficacia dell’armamentario terapeutico a nostra disposizione, la visione integrata di caratteristiche di malattia e specifiche comorbidità individuali, introdotta nell’algoritmo decisionale delle nuove linee guida EHA, ci fornisce un ottimo supporto per personalizzare sempre meglio le cure dei nostri pazienti.
Grazie ancora della partecipazione e buona estate a tutti
Ci vediamo a settembre con il prossimo sondaggio!


No Comments